Ho visto che nella comunity ci sono scrittori, pittori, fumettisti non sarebbe male fare delle pagine nel sito dove lasciare lo spazio a quanti vorrebbero pubblicizzare o partecipare nelle loro varie espressioni d'arte. Questa recensione l'ho fregata a Paola, una delle valkirie della community, la pubblico senza che lei lo sappia, ma mi piacerebbe fosse la prima di tanti inserimenti futuri non solo suoi.
09.10.2007 di Paola Villa
Il 12 settembre 2007 a Milano, durante una conferenza stampa di quasi due ore, Luciano Ligabue, affiancato da Claudio Maioli (storico manager dell'artista), Massimo Giuliano (Warner Music Italy) e Ferdinando Salzano (Friends and Partners), rivela il mistero del famoso "ellesette" che per giorni aveva fomentato la curiosità dei fans sul sito dell'artista - ligachannel.it - comparendo come logo sibillino anche sulle testate di alcuni famosi quotidiani. "Sono sempre stato in qualche misura attratto dal numero 7" spiega il cantante, "il sette ricorre periodicamnete nella mia vita, dal giorno del mio onomastico alla somma delle cifre della mia data di nascita, ai molti momenti chiave della mia carriera. Come potevo lasciarmi sfuggire il 2007?". Così, il metamagico Liga, estrae dal cappello un dittico di 14 concerti (nella formula 7+7) che si terranno nelle due città di Milano e Roma in un Tour (de force?) della durata complessiva di poco più di un mese e che accompagnerà l'uscita della prima parte del Best Of prevista per i primi di Novembre.I due album, di cui il secondo uscirà nel maggio 2008, comprenderanno i pezzi più famosi (36 brani in tutto più 4 inediti) che hanno segnato la storia artistica del cantautore: da Ligabue (1990) a Buon Compleanno Elvis (1995) per il "primo tempo" (così si è deciso di chiamare il primo disco) e da Su e giù da un palco (1997) a Nome e Cognome (2005) per il "secondo tempo". "Luciano Ligabue è un artista, unico in italia e forse nel mondo, a non aver mai fatto un Best Of dopo 11 dischi e 17 anni di carriera" spiega Massimo Giuliano della Warner Music "una lunga storia artistica che meritava di essere rivisitata". Se i contenuti saranno dunque le hits di sempre, quelle che hanno reso celebre la storia dell'artista, la vera novità sarà nella forma, nella struttura che ospiterà l'evento. Si parla di spazi come di entità autonome e non solo mere cornici dello spettacolo. Maioli, per la prima volta nei panni di produttore oltre che di manager, annuncia di voler trasformare i due palasport di Milano e Roma in arene rock, con una produzione dedicata a ciascun palco nel rispetto della morfologia dei due diversi spazi: una soluzione cosiddetta "a scomparsa" che, porterà l'artista il più vicino possibile al pubblico anche grazie all'utilizzo massivo di mega-schermi. Non è la classica produzione rock del tipo "ti faccio vedere molto ferro quando vieni a veder un mio concerto, ma sarà l'esatto contrario" spiega Ligabue, e , in omaggio a questa nuova formula per così dire style rock, dice di aver lasciato per la prima volta che altri si occupassero del nuovo sound, della rinnovata veste per le sue canzoni: "di solito sono un rompiballe e voglio intervenire continuamente nella produzione, ma questa volta ho consegnato le canzoni chiavi in mano ai produttori lasciandogli carta bianca".Il re-mastering è stato affidato ad un fonico d'eccezione come Ted Jensen (Sterlingsound studio), uno degli ingegneri del suono più richiesti al mondo, che ha "fatto suonare" pezzi del calibro di Hotel California degli Eagles o The Stranger di Billy Joel, il tutto, sotto la supervisione artistica di Fabrizio Barbacci (il primo produttore del "Liga"). I misteriosi quattro inediti saranno suonati da un grande musicista come Corrado Rustici e dal batterista degli Smashmouth. Insomma "chiavi in mano" sì, ma con il meglio del meglio, e anche quando rischia, Ligabue sa di cadere in piedi: dopo solo poche settimane dall'apertura delle prevendite infatti sul suo sito annuncia che sono già stati venduti più della metà dei biglietti previsti; ovviamente, nel carosello dei numeri, per chi voglia o meno credere alla cabala, non potevano che essere 70000! Il rocker di Correggio gioca con i numeri ma, forse anche grazie ad un solido diploma da ragioniere alle spalle, riesce sempre a far tornare i conti e sembra capace di risolvere anche l'equazione più difficile: quella che a sette più sette fa corrispondere 14 date di tutto esaurito in due sole città e in meno di un mese, dal 17 al 26 Novembre a Milano e dal 12 al 21 Dicembre a Roma. Nel panorama della musica internazionale solo Prince è arrivato a tanto occupando la gigantesca arena O2 di Londra per 15 date dallo scorso 1° Agosto al 21 Settembre: per altro anch'egli sembra aver sviluppato una strana idiosincrasia per il numero 7, dopo aver lanciato il suo nuovo profumo 3121, le cui cifre sommate danno appunto il numero magico. Speriamo porti fortuna anche al nostro. Auguri!
Paola Villa - 05.11.2007 - musica
Non è mai a cuor leggero che si entra nel tempio designato del Jazz milanese, lo storico Blue Note. Paolo Conte direbbe "con quella faccia un pò così", insomma con quell'espressione un pò indecisa tra il compiacimento per lo spettacolo che ti aspetta e la preoccupazione di non capire nulla di quel che andrai a sentire, il sorrisino teso di chi si sente sotto esame, sogguardato da un pubblico iper-specializzato che "se-non-batti-le-mani-su-quel-passaggio-non-hai-capito-nulla".Eppure - in questo fine ottobre - l'inquietudine cala subito al vedere i musicisti fuori dal locale in attesa di suonare per il secondo spettacolo: jeans scuri e maglietta, facce simpatiche, sorridenti, circondate da fans in giacca e cravatta che si "sbottonano" a chiedere un autografo o a stringere loro la mano. Quando poi iniziano a suonare la tesione svanisce del tutto e non è solo un piacere starli a sentire, è un autentico divertimento. Iniziano con un brano dal titolo Nowhere to Go tratto dal nuovo album The Other Side of Something, in uscita tra qualche settimana: non c'è niente da capire, l'abilità tecnica si racconta da sola e quello che viene fuori è energia pura. Sarà perchè Bill Evans, oltre ad essere un mago del sax (ha iniziato a fianco di Miles Davis e annovera collaborazioni con musicisti e band come la "Mahavisnu Orchestra" con McLaughlin, o Andy Summers o Randy Becker o i Rolling Stones) è anche un eclettico con il gusto per la sperimentazione e ha saputo coniugare con intelligenza due mondi così apparentemente lontani, come quello del Jazz e del Bluegrass, in un genere che raccoglie le vibrazioni migliori dell' "americana" e della "fusion". Sarà anche che si è circondato dei migliori musicisti sul mercato, sia in studio sia live, accogliendone non solo le grandi prestazioni tecniche ma soprattutto le intenzioni, coordinandoli senza oscurarne lo stile personale. Sarà infine per il bravo Richard Leutner, il fonico di palco che lavora con Evans da anni e che sa bene come valorizzarne il suono; Sarà tutto questo, ma quel che colpisce della band non è soltanto il sound, non è solo la musica, sono le idee che si impongono all'ascolto: fresche, nuove, con l'esuberanza dell'innovazione e la spina dorsale della tradizione, nella comune coscienza che la tecnica è al servizio della musica e non il contrario. Snap Dragon, il secondo pezzo, dall'album Soulgrass (nominato per un Grammy nel 2005), è un'esplosione di colori dove il sax si esibisce in passaggi velocissimi ed emozionati, e il brano che segue, No Capo for Andy firmato dal giovane talento del banjo Ryan Cavanaugh, non è da meno: sembra davvero che il "capotasto" a cui fa riferimento il titolo della canzone non esista più e che la scala musicale si prolunghi indefinitamente in articolati intrecci di sedicesimi. Il violino di Christian Howes dà i giusti accenti, si accende nel dialogo con il sax ed esplode nel solo in una succesione di note dalle precisione dall'intensità impressionanti. Ed è proprio nel solo dove emergono le diverse personalità dei musicisti e in qualche modo si riesce a percepire un "blending" delle loro esperienze passate , dal fraseggio di Dave Anderson ora armonico, ora ritmico, all'anima di Joel Rosenblatt che si rivela capace di coloriture ricercate, come di una "pacca" energica dalle dinamiche incalzanti. Elegante e "cattivo", jazz e rock, l'ex batterista degli Spyro Gyra (per citare solo il gruppo in cui ha militato più a lungo) non fa sentire la mancanza del grandissimo Vinnie Colaiuta che spesso collabora con Evans e che ha suonato anche nell'ultimo disco. Il concerto si chiude con un altro pezzo Ode to the Working Man dall'album di prossima uscita cratterizzato da una piacevole novità rispetto al precedente Soulgrass, la bella voce di Bill Evans che, contribuendo in maniera disinvolta e istintiva al contesto, completa il quadro di un CD decisamente ben riuscito. Applausi e bis reclamato a gran voce, ma i musicisti, davvero provati da ormai 4 ore di spettacolo e da tre giorni cosecutivi al Blue Note, decidono di chiudere così. Si concedono invece per una breve chiacchierata mentre smontano gli strumenti. Notare bene, smontano gli strumenti! Niente roadies! Ecco un aspetto della Musica (quella con la M mauiscola) che spesso si perde nei grandi concerti Pop o Rock, il rapporto con diretto con lo strumento, la cura nel montarlo e smontarlo tutte le sere. Mi propongo scherzosamente come roadie improvvisata, intanto faccio qualche domanda mentre loro sbaraccano il palco. Mi dicono che suonano insieme in tour, chi più chi meno, da circa tre anni: da lì forse nasce l'intesa perfetta e la giusta amalgama tra di loro che si percepisce durante lo show. In particolare è il giovane Ryan Cavanuagh che attira il mio interesse, 27 anni e già il peso di essere stato designato come uno dei migliori suonatori di banjo dal grande Mclaughlin, e con l'ombra imponente di Bela Fleck, che per altro figura tra i musicisti del nuovo album e di Soulgrass, sulle spalle. D: Ryan, come definiresti questo nuovo genere di musica che Bill ha chiamato "soulgrass" (n.b. il nome del genere ha battezzato l'album)?R: Io lo definirei semplicemente "fusion": credo che sia un tale mix di tipi di musica differenti e diversi tra loro da non trovare altra denominazione, anche se sono consapevole che il termine possa non essere congeniale per molti. Questo accostamento tra banjo, violino e sax è decisamente insolito, quale pensi sia il ruolo che il tuo strumento gioca all'interno della formazione? R: Il banjo ricopre molti ruoli nel soulgrass. In un certo senso sono indotto ad esplorare nuove esperienze che altri banjisti non hanno ancora scoperto. Uno dei miei ruoli fondamentali però, come da esplicita richiesta di Bill, è quella di "accompagnare" tutti accordi. Se ci fai caso, non ci sono pianisti "a tempo pieno" o chitarristi che suonano gli accordi nella band, solo il banjo!Sto imparando come suonare gli accordi al pari di quegli strumenti, mantendo comunque lo stile pizzicato a tre dita che mi viene naturale dal suonare il banjo. Di conseguenza, posso anche suonare con le dita le note degli accordi, non solo simultaneamente, ma anche arpeggiando secondo percorsi differenti per riempire il "sustain" che manca allo strumento. Spesso mi ritrovo a suonare i "solo" alla maniera jazz e rock come anche bluegrass. Credo davvero che il banjo apporti una grande dinamica al gruppo. Infine una domanda, forse un pò scontata, sulle differenze di stile tra te e Bela Fleck e qualche anticipazione su The Other Side of Something R: Oh, per quanto riguarda i pezzi del nuovo album, stiamo ancora cercando di capire come interpretarli (sorride). Bela ne ha suonato qualcuno nel disco e io sto tentando con tutte le mie forze di trovare un suono assolutamente originale e che abbia una personalità autonoma rispetto al suo.